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MONZA 8 LUGLIO 1973
Ci sono tragedie che non finiscono mai. Ci sono vuoti che il tempo non sa colmare.Renato Galtrucco aveva 37 anni ed era il più noto, famiglia in vista a Milano, passione e stile; Renato Colombini era livornese e aveva trent’anni, campione toscano junior in carica. Due piloti, due amatori che avevo conosciuto solo superficialmente. Invece Carlo Chionio lo conoscevo bene. L’avevo visto vincere all’esordio di Vallelunga, e poi a Modena con Eugenio Inglese nella “500 Chilometri”.
Inglese era un amico, collaborava a Motociclismo come facevo io, e mi aveva presentato il suo compagno di gara dicendomi “lui studia medicina con me, e va molto più forte di me, tienilo d’occhio perché diventerà un campione”.
Aveva la mia età, Carlo, venticinque anni. La sua vita si spense poche ore dopo, all’ospedale dove era stato ricoverato precipitosamente.
E ancora oggi provo una grande disperazione perché avremmo dovuto fermarci, fermarci subito dopo la tragedia del 20 giugno, avremmo dovuto cancellare Monza e il suo curvone dal calendario. E invece aspettammo due mesi di troppo. Ma eravamo giovani, troppo giovani, e quelli che ci guidavano non erano abbastanza attenti.
Mi resta una sola consolazione: dopo quel doppio dramma, sull’onda dell’enorme emozione che suscitò, nacque la prima associazione dei piloti, l’APIM, con Dante Ascari e Walter Villa. E finalmente si cominciò a lavorare per la sicurezza delle piste.
I piloti di oggi devono molto a quelle cinque vittime della Curva Nord.
Nico Cereghini
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